"Non ho nessun talento speciale. Sono solo appassionatamente curioso" (A. Einstein)

 

Indosso al collo la mia musa e giro in frammenti di mondo con l’unico scopo di fotografare me stesso nell’umanità che incontro. Spazi e tempi si fermano sotto il mio indice destro -non sono mancino, né i miei scatti vogliono esserlo- ; cerco nelle inquadrature quello che ho visto, ma solo in un secondo momento.  La fotografia è fatta di attimi. È un gioco di incastri  la cui immagine finale spesso mi sorprende. So cosa voglio dire, ma non so mai se renderò al meglio l’idea e qualche volta l’idea supera così tanto me stesso da trovarla ridimensionata, o rarefatta, o distrutta, o esaltata da  dettagli che avrei tralasciato. È perpetua agnizione alle volte. Vedete, la fotografia è un’arte e in quanto tale  umile. Soccombe alle regole dell’estro incostante, delle emozioni mai stabili, dei furti di vita altrui, sempre colpevoli.  È un’arte che risponde a regole mobili, umorali per certi aspetti. Mi reputo un mezzo, spesso mai all’altezza, ma sempre soddisfatto nell’essere riconosciuto e apprezzato. Servo una passione e ne apprezzo i doni, ma non per  mancanza di modestia: se  riesco a condividere un concetto che sia filtrabile da tutti entro spazi mentali più ampi che profumino di libertà,  sono soddisfatto a respirarne un solo atomo . L’arte, credo, voglia  avere uno scopo: svelare    un iperuranio che  trascenda, che comprenda, che escluda se necessario. Non c’è niente di più ritemprante per un’anima che decide di esprimersi, nel riconoscersi  e, al contempo,   riconoscere un focus che metta tutti d’accordo. Cerco nella foto tutto questo, certo di cambiare idea nel tempo, ma altrettanto sicuro di perseguire uno scopo:  dare il meglio di me.

 

"thanks to Daneve"